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Il think tank per l’eccellenza delle utility italiane

 

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“Il settore idrico italiano tra strategie industriali e finanza”, Bologna 22 ottobre H2O 2014

30 settembre 2014 News 0

 


 

 

 

 

“Il settore idrico italiano tra strategie industriali e finanza”
Bologna, H2O 2014

22 ottobre 2014, ore 14.30

Fiera di Bologna, Sala Sinfonia, Ingresso Michelino

 

Ingresso Libero

 

Nel corso della conferenza verrano presentate anticipazioni del III rapporto Top Utility, in particolare per ciò che concerne il settore idrico.

Qui di seguito il PROGRAMMA:

14.00-14.30
Registrazione

 

14.30-15.00
Le water utility italiane, strategie industriali e investimenti.
Un’anticipazione dal III rapporto Top Utility
Alessandro Maragoni, Althesys

 

15.00-15.20
Il quadro italiano, tra luci e ombre
Massimiliano Bianco, Federutility

 

15.20-15.40
Gli investitori istituzionali, motore per gli investimenti infrastrutturali
Simona Camerano, Cassa Depositi e Prestiti

 

15.40-16.00
Il contributo della finanza alla modernizzazione del settore
Simone Basili, Banca IMI

 

16.00-17.30
Investire nell’acqua: cosa serve alle imprese?
Ne discutono:
Alessandro Ramazzotti, Abbanoa
Andrea Bossola, Acea
Nicola Costantino, AQP
Alessandro Russo, Cap Holding
Stefano Venier, Hera
Stefano Cetti, MM
Paolo Romano, Smat Torino

 

Programma provvisorio, alcuni relatori sono in corso di invito

 

Sostenibilità, fattore chiave per le utility

30 settembre 2014 News 0

Sostenibilità, fattore chiave per le utility

 

Ambiente e responsabilità sociale caratterizzano sempre più le attività delle utility italiane.

 

 

La sostenibilità per le aziende utility conta? Incide sulle loro performance?
La risposta è affermativa, come concluso anche dal II rapporto Top Utility, che ha analizzato le performance delle 100 maggiori aziende Top utility italiane. Non solo. Fra gli ambiti di attività analizzati, la sostenibilità è una delle più rilevanti nella valutazione delle performance, al punto da essere diventata ormai un tratto distintivo delle utility.
Lo studio ha considerato ben 54 indicatori per l’ area della sostenibilità, che hanno riguardato sia l’azienda nel suo complesso che le specifiche aree di attività. Dal confronto tra i risultati delle due edizioni dello studio (Figura 1) appare chiaramente la sempre maggiore attenzione dedicata dalle utility italiane alla gestione ambientale e ai temi della Corporate Social Responsibility – CSR.

 

Figura 1. I principali risultati in materia di sostenibilità socio-ambientale

 

Immagine 1 sost

L’attenzione che le utility dedicano alla sostenibilità in tutte le sue dimensioni è sempre maggiore, con l’aumento del numero di aziende che pubblicano forme di reportistica ambientale e sociale (31% rispetto alla media nazionale del 24%), così come crescono la quantità e la qualità delle informazioni.
 
Bilancio di Sostenibilità
Se raffrontate con altre tipologie di aziende, quelle utility dimostrano una maggior attenzione alla sostenibilità, dato che più del 30% delle aziende esaminate da Top Utility pubblica annualmente il Bilancio di Sostenibilità o il Bilancio Sociale, contro una media nazionale del 24%.
La dimensione delle aziende incide anche su quest’area, ma non sempre è determinante. Se le grandi aziende, per le quali la reportistica sulla sostenibilità è diventata ormai una prassi consoli-data, fanno molto bene, anche tra le medie e le piccole imprese comincia a sentirsi la necessità di informare i propri stakeholder sulle attività aziendali in questo ambito.

Rispetto alla precedente edizione del rapporto, si registra poi un aumento della qualità media dei documenti presentati. Seppur resta costante la percentuale di aziende che redigono il bilancio seguendo le linee guida della Global Reporting Initiative (68%), aumenta il numero dei bilanci sot-toposti a verifica esterna (+6%) e soprattutto il livello di dettaglio delle informazioni contenute. Il 39% dei bilanci di sostenibilità pubblicati nel 2012 presenta un rating pari ad A o A+, contro il 31% del 2011.

Per quanto riguarda le politiche delle risorse umane, il 2012 ha visto un aumento della quota dei dipendenti assunti a tempo indeterminato, passata dal 95% al 97%, mentre si conferma stabile la quota di personale femminile (22%). Contrastanti i dati sulla formazione: se da un lato si registra un aumento della percentuale di dipendenti che hanno partecipato ad almeno un corso di forma-zione durante l’anno (+6%) dall’altro diminuiscono le ore medie di formazione per dipendente, passate dalle quasi 14 nella prima edizione del rapporto a circa 12,5 nella seconda.
In aumento sono anche la percentuale delle aziende tra le Top 100 che adottano un codice etico (87%, con un aumento del 6% dall’anno precedente) e di quelle che richiedono ai propri fornitori determinati requisiti etici, ambientali e di sicurezza (+7%).

Positivi anche i numeri riguardanti la diffusione delle certificazioni, con aumenti tra il 2% e l’8% per tutte le categorie considerate. In particolare, più dell’80% delle aziende del campione ha otte-nuto certificazioni riguardanti la qualità e l’ambiente contro una media nazionale rispettivamente del 31,4% e 3,9% (Accredia); quasi un’azienda su due è certificata in materia di sicurezza sul lavoro (media Italia 1,6%) mentre iniziano a diffondersi le certificazioni sui sistemi di gestione energetici e della responsabilità sociale (+7% e +5% nel 2012).

 

Raccolta differenziata
In merito ai profili ambientali, un dato molto significativo è quello relativo all’ottima perfomance ottenuta dalle Top 100 nel settore dei rifiuti in materia di raccolta differenziata.

Figura 2. Percentuali di raccolta differenziata delle aziende del campione

 

Immagine 2 sost

L’insieme delle aziende Top 100 ha una performance decisamente superiore alla media nazionale (53,29% contro 34,89%), e il 15% del campione ha un risultato superiore alla soglia obiettivo fissa-ta dalla legge del 65%. Ottima la prestazione del best performer che riesce a raccogliere in maniera differenziata più dell’80% dei rifiuti prodotti sul suo territorio. Da migliorare, invece, la presenza di automezzi a basso impatto ambientale (elettrici, ibridi o a metano) adibiti all’attività di raccolta, ferma al 13% dell’anno scorso.

 

Water Utility
Per ciò che riguarda il settore idrico, invece, i risultati sono in linea con la precedente edizione: le perdite complessive di rete riportate dalle aziende del campione si attestano al 32% (erano al 33% nel 2011), contro una media nazionale pari al 34%, presentando, tuttavia, valori particolarmente eterogenei al proprio interno, con la contestuale presenza di eccellenze (la migliore ha perdite in-feriori al 15%) e casi critici (perdite complessive superiori al 50%).
La Figura 3 illustra nel dettaglio la scomposizione delle perdite totali tra fisiche e amministrative, evidenziando la predominanza assoluta delle prime, che incidono mediamente per l’81% del tota-le. Questi dati confermano ancora una volta l’importanza e l’urgenza di forti investimenti per la manutenzione delle reti di distribuzione dell’acqua.

Figura 3. Perdite idriche delle Top 100: tra perdite fisiche e amministrative

 

Immagine 3 sost

In conclusione la sostenibilità pare sempre più un elemento chiave nelle strategie delle utility italiane. Le performance in materia di ambiente e CSR sono in lenta ma costante crescita in quasi tutte le aree, seppur con diversità tra i vari comparti. Le imprese maggiori considerano ormai la sostenibilità un valore aggiunto e ne stanno facendo un imperativo strategico.

Utilities italiane sopra la media nella sostenibilità, ma dietro le europee.

30 settembre 2014 News 0

Utilities italiane sopra la media nella sostenibilità, ma dietro le europee.

 

Il punteggio ESG – Environmental, Social e Governance del settore utility è superiore a quello medio italiano, ma inferiore a quello delle società europee.

 

 

Lo sostiene una ricerca Ecpi su un campione di utility (8 italiane e 18 europee) hanno una capitalizzazione media di € 6,7 miliardi in Italia e di € 17,1 miliardi in Europa.
La ricerca esamina la sostenibilità delle aziende italiane in vari settori secondo uno schema classico che considera l’area ambientale (categorie: strategia, gestione, prodotti e processi) e quella sociale e di governance (categorie: comunità, occupati, mercati e governance).
L’analisi evidenzia come “per le aziende del settore utility, la capacità di creare valore a lungo termine dipende dall’utilizzo efficiente delle risorse a disposizione e dal sapersi rinnovare per creare e mantenere efficienti reti distributive. Il rischio politico e l’eterogeneità delle regolamentazioni correlato ai Paesi in cui operano sono aspetti che impattano fortemente sulle scelte del management. Inoltre, la diffidenza delle comunità locali nei confronti della costruzione di grandi infrastrutture è spesso fonte di contenziosi e rischio reputazionale. Ridurre i consumi di energia permetterebbe alle aziende considerate di ottenere un vantaggio economico: certamente anche per questo il 56% delle società appartenenti agli indici Fortune 100 e Global 100 si pongono obiettivi riguardo all’uso di energia prodotta da fonti rinnovabili”.
In particolare la ricerca mostra che, sia in Italia che in Europa, la valutazione ottenuta dalle aziende utility in materia di sostenibilità è migliore di quella media complessiva. Tuttavia le imprese italiane hanno risultati in media più bassi di quasi il 30% rispetto a quelle europee. Segnale che le utility, pur prestando più attenzione e risorse alla sostenibilità ambientale e società rispetto all’insieme delle imprese italiane, sono ancora indietro rispetto alle omologhe europee.

 

Bando CSE per la Sostenibilità ed Efficienza energetica: assegnati tutti fondi

30 settembre 2014 News 0

Bando CSE per la Sostenibilità ed Efficienza energetica: assegnati tutti fondi

 

L’obiettivo è favorire la sostenibilità ambientale sul territorio sostenendo gli investimenti degli enti locali.

 

Uno strumento che promuove al contempo miglioramento ambientale e sviluppo.
Ha chiuso a fine agosto lo sportello online dedicato del Ministero dello Sviluppo Economico per l’assegnazione delle risorse finanziarie previste dal Bando CSE – Comuni per la Sostenibilità e l’Efficienza Energetica (decreto 24 giugno 2014). I contributi a fondo perduto erogati sono pari a 15 milioni di euro.

Il bando prevede l’agevolazione di progetti di efficientamento e/o produzione di energia da Fonti Energetiche Rinnovabili sugli edifici delle Amministrazioni comunali delle Regioni Convergenza che, secondo le prescrizioni di una diagnosi energetica effettuata preliminarmente, hanno acquisito tramite il Mercato elettronico della Pubblica Amministrazione (MePA) i prodotti e servizi indicati dallo stesso (categorie e prodotti della Tabella Prodotti POI e Capitolati Speciali POI).

L’iniziativa ha riscosso grande successo. In poche settimane sono stati 240 i Comuni a essersi registrati online, 150 le istanze ammesse, che hanno coperto l’intero importo a disposizione per un totale di 15 milioni di euro.
Le spese sono concentrate soprattutto sulla produzione di energia e in particolare sul fotovoltaico.

 

 

La sostenibilità qualifica i leader mondiali: Italia all’avanguardia

30 settembre 2014 News 0

 

 

 

 

 

La sostenibilità qualifica i leader mondiali:
Italia all’avanguardia

 

Sempre meno uno “sfizio” da ambientalisti, sempre più un elemento chiave per avere buone performance, anche sui mercati finanziari. Questa è l’evoluzione del fattore sostenibilità, che è ormai da tempo un driver di valore per le imprese quotate.

 

Per le utility ambiente e sostenibilità sociale sono aspetti chiave, ma anche difficili da raggiungere e mantenere. E poche sono in effetti le utility che nel mondo fanno parte di uno degli indici più noti in quesot ambito, il Dow Jones Sustainability World Index (DJSI World). L’indice che include solo 319 società al mondo che risultano al top in termini di sostenibilità, selezionate fra le migliori 2500. E tra queste sono solo 3 le “Electric utility” presenti. Tra queste l’italiana Enel.

Nel 2014/2015 Enel farà parte per l’undicesimo anno consecutivo del DJSI World)e dell’indice Europe di Dow Jones. Anche Endesa, controllata spagnola del Gruppo Enel, è stata confermata nell’indice World.

Ottimo, quindi, il risultato ottenuto anche quest’anno dalla utility italiana, presente in 32 Paesi e in 4 continenti, anche alla luce del fatto che Enel ha migliorato il suo posizionamento, aumentando il punteggio totale da 83 a 87 e conquistando, in particolare nel comparto economico, il punteggio più alto rispetto alla media del settore.
Il punteggio relativo alla dimensione economica è pari a 93 su una media di settore di 62, quello sociale è di 84 rispetto a una media di 55 e quello ambientale è di 83 su una media di 49 di tutte le altre aziende dell’indice. Conseguentemente, i fondi SRI (Socially Responsible Investor) hanno in portafoglio il 15,6% dell’azionariato istituzionale di Enel, che corrisponde all’8% del flottante.

L’Amministratore Delegato di Enel, Francesco Starace, ha sottolineato che “La conferma di Enel nel DJSI testimonia l’ impegno per l’integrazione della Sostenibilità nella strategia aziendale e nei processi di business. Questo ulteriore riconoscimento delle perfomance ambientali, sociali e di  governance del Gruppo ci stimola a dare concretezza allo sviluppo di un modello di business energetico sempre più innovativo e al servizio dei nostri clienti, orientato alla creazione di valore condiviso, nell’interesse di tutti gli stakeholder e degli investitori”.

Le aggregazioni sono il futuro delle utility, lo dicono i top player

30 settembre 2014 News 0

 

 

 

 

Le aggregazioni sono il futuro delle utility, lo dicono i top player

 

La dimensione è sempre più un fattore critico di successo. Lo dicono i numeri della scorsa edizione dello studio Top Utility (si veda la newsletter di luglio), lo ribadiscono quelli che stanno emergendo dalla III edizione che sarà presentata a fine novembre; lo confermano le opinioni dei protagonisti.
 
 
Nel corso di un recente convegno in Bocconi del Certet, sono stati sottolineati alcuni fattori considerati imprescindibili perché le aziende possano crescere e competere a livello nazionale e globale, in particolare l’attenzione al territorio e le aggregazioni. Ma sono anche state sottolineate le diverse e pari responsabilità di aziende, enti pubblici e legislatore chiamati ciascuno a fare la sua parte per il rilancio del settore.
 
Elementi chiave del rilancio sono innanzitutto l’eccellenza e la specializzazione che, secondo l’Amministratore Delegato di Iren Nicola De Santis, è da perseguire con la focalizzazione delle aziende su quei servizi, aree di attività e territorio riguardo ai quali ritengono di avere più competenze, in modo da convogliare più facilmente l’interesse della finanza. Ma risulta cruciale anche il partenariato strategico fra aziende e  territorio, per saper cogliere la domanda di nuovi servizi e svolgere il ruolo di aggregatori di realtà esistenti, nonché il consolidamento attraverso la regolazione, quale  l’indizione di gare di affidamento dei servizi per bacini più grandi.
 
Anche per Stefano Venier, Amministratore Delegato di Hera, puntare all’eccellenza è imprescindibile, attraverso l’efficienza e l’innovazione, “per fare meglio di quanto richiesto dal regolatore nei settori regolati e di quanto fatto dai competitor sul libero mercato”. L’innovazione necessaria è soprattutto quella di processo. Per la crescita esterna, invece, Venier sostiene che le acquisizioni devono seguire una logica di politica industriale. Ad esempio, ha ricordato che la contiguità di portafogli con le aziende oggetto di acquisizione ha aiutato in passato il processo di integrazione in Hera mentre attualmente la multiutility è poco interessata ad un espansione all’estero, perché richiede una lunga preparazione ed è molto rischiosa. Al contrario, per l’azienda ci sono ancora molte opportunità in Italia. Quanto alla natura multiutility delle aziende, Venier ha sottolineato come il profilo equilibrato tra le varie aree di business del suo Gruppo si sia rivelato un fattore vincente, mentre si è detto contrario a forme di integrazioni verticali che portino alla creazione di campioni nazionali nelle singole aree.
Fortemente auspicabile, in quest’ottica, è anche  creare e coltivare un rapporto continuativo con gli investitori, soprattutto in un settore capital intensive come quello dei servizi di pubblica utilità.
 
Un altro importante fattore di sviluppo delle utility secondo l’Amministratore Delegato di Acea Alberto Irace, è l’apertura alla concorrenza. La sfida, infatti, è lavorare per cercare di sconfiggere l’animo monopolistico intrinseco nella natura dei servizi erogati, soprattutto per un’azienda che opera prevalentemente in business regolati. Irace ritiene che la mancata spinta concorrenziale sia la causa del rallentamento dell’innovazione nel settore delle Utility. Ha poi ribadito che la priorità di Acea è quella di intervenire sull’impiantistica nella gestione dei rifiuti e sulle reti idriche.
 
Inserisce la sfida delle aziende di servizi pubblici nel difficile contesto economico Valerio Camerano, neo-Amministratore Delegato di A2A. La drammatica contrazione della domanda costringerà le aziende a modificare le scelte di portafoglio, ma tenendo conto delle rigidità del contesto. Sarà necessario guardare al futuro in modo collaborativo con le comunità locali e per fare ciò, il sistema relazionale delle Utility è fondamentale. In quest’ ambito, sono possibili aggregazioni sia orizzontali che verticali.
 
Per concludere, il nuovo Presidente di Federutility Giovanni Valotti  ha ricordato il ruolo chiave svolto dalle utility che forniscono servizi pubblici essenziali che incidono sulla qualità della vita degli individui e sulla competitività del sistema paese. Non importa quindi che le aziende siano pubbliche, private o miste, mentre è fondamentale rimettere al centro le esigenze del consumatore finale, garantendo gli stessi livelli di servizio in tutto il paese. Per produrre valore sono necessari una politica industriale a livello nazionale, ma anche la stabilità e la certezza del quadro normativo e una razionalizzazione dei settori industriali: per questi motivi, le aggregazioni sono una via da percorrere. Le aziende del settore non vanno difese, poi, a colpi di emendamenti ma con recuperi di efficienza.
Valotti ha sottolineato che l’attuale governo sembra avere due idee forti: la quotazione in Borsa delle società e la fusione tra le piccole e medie aziende. La prima idea sembra difficilmente percorribile, perché è più facile che società già quotate facciano da polo aggregatore. Le aziende in house gestite male dovranno, da canto loro, recuperare efficienza o andranno incontro alla chiusura, visto che gli enti locali non hanno più i mezzi per ripianare. Esiste poi una fascia di utility medio-piccole con buone performance, che tuttavia devono avere la lungimiranza di chiedersi per quanto tempo potranno andare avanti così in un settore che richiede molti capitali.

Le aggregazioni migliorano le performance delle utility. Il report Top Utility lo conferma.

22 luglio 2014 News 0

Le aggregazioni migliorano le performance delle utility. Il report Top Utility lo conferma.

 
Fra le politiche al centro dell’attenzione del governo c’è anche il consolidamento e la razionalizzazione del comparto delle aziende pubbliche locali. L’idea è rilanciare i processi di aggregazione che, dopo la corsa di anni addietro, sembra aver rallentato.

 
L’obiettivo è ridurre la frammentazione del settore, che nel nostro Paese è ancora molto elevata, migliorare l’efficienza delle aziende, rendendole meno dipendenti dal contesto locale e più competitive anche a livello internazionale.
A volte, infatti, il modello attuale (piccole-medie dimensioni e forte localismo) risulta di impedimento all’ottenimento di migliori risultati da parte delle aziende, come ha rilevato di recente anche il Presidente dell’Antitrust nella sua relazione annuale al Parlamento. L’assetto attuale frena anche l’ingresso di investitori internazionali e l’espansione  degli operatori italiani all’estero, con una conseguente penalizzazione della loro competitività sul medio e lungo termine.
L’importanza delle dimensioni emerge anche dalla II edizione dello studio di Top Utility  “Le performance delle utility italiane”. L’analisi dei diversi indicatori di risultato evidenzia come in tutte le aree, non solo in quella economico-finanziaria, la taglia d’impresa e il modello di gestione (mono o pluri-business) incidono sensibilmente sui risultati.
Peraltro, il settore delle public utility italiane ha subìto una profonda trasformazione negli ultimi anni, ma il processo di consolidamento e aggregazione, che ha portato a gruppi di maggiori dimensioni, ne ha solo in parte ridotto la frammentazione. Oggi troviamo così da un lato player di grandi dimensioni, gruppi internazionali e campioni nazionali e regionali, soprattutto energetici e multiutility; dall’altro, piccole e medie aziende locali, prevalentemente monobusiness, in particolare nei servizi idrici e ambientali.
Così l’insieme delle maggiori 100 utility operanti in Italia riflette questa struttura: classificando le aziende per area di attività e per fatturato, è netta la prevalenza delle aziende piccole e medie (il 48% non supera i 100 milioni di fatturato), mentre le aziende con fatturato superiore ai 500 milioni di euro sono meno del 20%. Sono però aumentate le aziende con ricavi superiori al miliardo di euro (+3% rispetto alla passata edizione della ricerca), anche per la presenza di grandi operatori energetici stranieri attivi in Italia.
 

Fig. 1 Le Top 100 Utility in Italia

Osservando, però, la composizione delle prime 20 posizioni della graduatoria assoluta delle performance per classe di fatturato, si nota come siano in le aziende maggiori ad essere più presenti tra le top performer (Figura 2). Le imprese con un fatturato superiore al miliardo sono il 18% delle Top 20 rispetto al 12% del campione; quelle con un fatturato sopra i 100 mliani sono il 70% contro il 51% del campione.

Figura 2. Le migliori 20 aziende per classe di fatturato

Per le multiutility, in particolare, la dimensione è un fattore critico di successo. Le aziende con un fatturato superiore ai 500 milioni di euro mostrano indicatori economico-finanziari in media decisamente superiori al resto delle imprese del comparto. Ciò è spiegato principalmente dalla capacità di generare economie di scala e di rete e dai minori costi di accesso al credito. Peraltro la presenza in più business si accompagna in genere a maggiori dimensioni e a migliori performance.
Le aziende che presentano nel complesso i valori migliori per il triennio 2010-2012 sono, infatti, le multiutility: per tutti gli indicatori, le aziende attive in più settori performano meglio della media delle Top 100, avendo in particolare un elevato rapporto tra Ebitda e ricavi (15,3%) e il più basso indebitamento tra tutte le categorie. Riduzione del rischio legato al singolo business e possibilità di generare sinergie operative tra le diverse filiere sono i principali punti di forza di queste aziende.

Figura 3. Performance delle Utility in Italia per settore (2010-2012)

Dallo studio emerge, inoltre, l’immagine di un settore che resiste alla congiuntura economica sfavorevole, in particolare nel confronto degli indici delle Top 100 nelle due edizioni dello studio. Di nuovo, tra le multiutility si conferma la tendenza ad avere performance migliori per quelle di maggiori dimensioni, che nel 2012 hanno visto – in controtendenza rispetto a quelle più piccole – una riduzione del livello di indebitamento. La valutazione complessiva delle performance delle prime 100 utility evidenzia chiaramente il diverso peso del fattore dimensionale e delle caratteristiche settoriali.

Figura 4. Performance delle Top 100 Utility: confronto tra 2011 e 2012

Anche per le politiche di sostenibilità ambientale (54 indicatori considerati per quest’area nello studio) di nuovo fanno molto bene le grandi aziende, per le quali la reportistica sulla sostenibilità e la CSR è diventata ormai una prassi consolidata.
Le aziende di grandi dimensioni e le multiutility, infine, hanno investito di più nel proprio patrimonio tecnologico e nell’innovazione e oggi le imprese più piccole si trovano a dover recuperare, aumentando consistentemente le risorse dedicate a queste aree.

In conclusione, anche l’ultimo studio di Top Utility evidenzia come il fattore dimensionale abbia sempre maggior peso per le utility e come il comparto sotto questo profilo sia ancora molto diverso da quello dei Paesi più avanzati. All’Italia serve dunque una politica industriale per le utility lungimirante che permetta alle aziende di crescere, senza però perdere di vista il territorio e l’attenzione al cliente.

Dalla Cdp 500 milioni per le fusioni delle utility

16 luglio 2014 News 0

 

 

Dalla Cdp 500 milioni per le fusioni delle utility

 

Le aggregazioni fra operatori del settore utility sono una strada maestra per migliorarne l’efficienza e sostenere lo sviluppo del Paese. E gli incoraggiamenti in questa direzione non mancano.

 

Ad esempio, a sostegno di questa strategia, Cassa Depositi e Prestiti ha messo a disposizione 500 milioni in equity proprio per favorire la fusione tra utility, attraverso il proprio Fondo Strategico. Tuttavia, la strada da percorrere è ancora lunga, come sottolineato di recente dall’Amministratore delegato di CdP, Giovanni Gorno Tempini, intervenuto all’assemblea di Federutility, poiché l’annuncio della disponibilità dei 500 milioni è stato fatto nell’autunno 2013  e “ le risposte sono state zero”.
Ma la lentezza delle utility nel recepire il cambiamento e nel trarre vantaggio dagli strumenti messi a disposizione per la crescita non distolgono dall’obiettivo CdP. La conferma della determinazione a intraprendere questa strada viene dal suo Presidente Franco Bassanini, che solo qualche giorno fa ha ribadito quanto l’elevatissima frammentazione nei settori energia, gas, rifiuti, acqua generi inefficienza, e li renda troppo dipendenti  dalla politica – con la conseguenza che a ogni elezione “le aziende si riempiono di grandi elettori, nuovi arrivi o portaborse”.
Per questo, ha spiegato Bassanini, con gli strumenti, sia di debito sia di capitale, a disposizione, Cdp è pronta  a  intervenire per supportare fusioni e acquisizioni in modo da avere società “con dimensioni adeguate, che allontanino la gestione dalla politica”. In questo il modello di riferimento è il caso Hera, nella quale Cdp è entrata con una quota limitata, ma con un aumento di capitale, portando così risorse fresche, a fianco di 188 comuni che hanno il 61% della società.  Il Presidente di Cdp ha spiegato che tutto ciò è avvenuto incontrando solo i manager “e neanche un sindaco”, lasciando fuori dalla porta la politica, quindi, garantendo così l’indipendenza dell’azione del gestore del fondo. Una strada che auspica sia da esempio per tutti.

Antitrust: il controllo municipale frena lo sviluppo delle utility

16 luglio 2014 News 0

 

 

Antitrust: il controllo municipale frena lo sviluppo delle utility

 

La relazione annuale al Parlamento del Presidente dell’antitrust Pitruzzella mette in guardia contro i rischi di un modello che frena l’evoluzione del settore.

 

 

Il modello di fondo di società controllate o comunque significativamente influenzate dai Comuni  resta in Italia quello di riferimento nelle settore delle utility, malgrado le profonde trasformazioni avvenute nel corso degli ultimi vent’anni. La conseguenza più immediata di questa situazione è il freno allo sviluppo e la perdita di competitività a livello internazionale. Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ha lanciato l’allarme nel corso della sua relazione annuale al Parlamento, sottolineando che “Lo sviluppo di utilities che potrebbero produrre ricchezza per il Paese è, in tanti casi, bloccato dal capitalismo municipale, basato sulla connessione tra apparati e società da essi controllate o partecipate che erogano servizi pubblici o attività strumentali”.
L’Antitrust è allineata al Governo per ciò che riguarda il piano di razionalizzazione delle utility e auspica una riforma complessiva dei servizi pubblici locali, all’insegna dell’apertura alla concorrenza. Ugualmente auspica che venga pienamente realizzato il mercato interno europeo nel settore dell’energia, nei servizi finanziari, nel settore manifatturiero, nei trasporti e nei servizi online, come precondizione perché l’apertura dei mercati nazionali e la tutela della concorrenza possano produrre pienamente i loro effetti.
L’Antitrust pubblicherà a breve una segnalazione in merito alla legge annuale sulla concorrenza, e in essa l’energia avrà uno spazio di rilievo, perché considerata tra i “settori cruciali” sui quali intervenire per “creare un ambiente che favorisca le iniziative imprenditoriali”.

Fusioni e aggregazioni fra utility: oltre i confini regionali?

16 luglio 2014 News 0

 

 

Fusioni e aggregazioni fra utility: oltre i confini regionali?

 

Le aggregazioni fra utility avanzano, lentamente, ma avanzano. Ne è esempio recente Amag, la multi servizi controllata al 70% dal comune di Alessandria, che potrebbe aggregarsi non più con Iren, che ha fra i suoi principali azionisti il Comune di Torino, ma con A2A e Hera, anche se la scelta verrà fatta attraverso una gara ad evidenza pubblica.  

 
Il sindaco di Alessandria ha di recente dichiarato a Reuters che i principali soci della società “sono interessati alla ricerca di un partner finanziario e industriale sia della holding sia delle business unit e sono interessati alla proposta del governo di ridurre le municipalizzate da 8.000 a 1.000”. Di qui l’apertura “non solo a Iren, che potrebbe essere il player di riferimento se ci fosse l’attenzione da parte della Regione e della città metropolitana Torino, ma anche ad A2A, Hera e in generale alle grandi multiutility del Paese”.
In questa fase i principali soci di Amag stanno portando avanti la creazione della multi utility (attraverso la modifica dello statuto che consentirà di svolgere tutte le attività sotto lo stesso tetto: gas, rete idrica integrata e filiera rifiuti), e poi ci sarà l’apertura e la ricerca di un partner”, ha proseguito il sindaco. Amag è controllata per oltre il 70% dal comune di Alessandria (130 milioni di euro di ricavi e un Mol di 8,6 milioni nel 2012).
Il segnale dato da Amag non è l’unico, dato che le principali multiutility italiane sembrano pronte a rilanciare le aggregazioni. Così Iren, i cui vertici hanno più volte dichiarato di essere interessati ad acquisizioni mirate a livello territoriale in Piemonte, Liguria ed Emilia.
Parimenti A2A ha appena deliberato in assemblea l’autorizzazione a un buyback azionario fino al 10% del capitale da utilizzare per acquisizioni, mentre Hera, che ha appena inglobato Amga Udine, sicuramente non si fermerà nella campagna acquisti di altre utility contigue.